Progettare l’Europa a partire dai giovani. Costruendo reti che generano opportunità

Al XVI Annual Gathering of the EU Project Managers, organizzato da DBTECH Europe, Salesiani per il sociale porta un modello di progettazione che unisce territori, formazione, inclusione e cooperazione europea per costruire opportunità durature per i giovani.
Un progetto europeo non si misura solo da ciò che realizza mentre è attivo. Si misura soprattutto da quello che resta dopo, competenze più solide, organizzazioni capaci di collaborare, percorsi che continuano e giovani con più possibilità di scegliere il proprio futuro.
È questa la prospettiva che Salesiani per il sociale ha portato al XVI Annual Gathering of the EU Project Managers, organizzato da DBTECH Europe, svoltosi a Roma dal 28 al 30 ottobre sul tema “Educating for the Future: Bridging VET, Schools and Social Works”. Tre giornate dedicate a impatto, innovazione, replicabilità, co-design e costruzione di nuove partnership tra scuole, formazione professionale e opere sociali.
Al centro, una domanda posta dal presidente nazionale don Francesco Preite nel suo intervento “Organizzare la speranza: l’esperienza di una rete viva e attiva”: come costruire una rete nella quale l’appartenenza diventi un aiuto concreto per chi educa e un’opportunità in più per i giovani?

La progettazione parte dalla vita, non dai bandi
Don Francesco Preite parte da una situazione concreta, un ragazzo sta per lasciare una comunità educativa. Deve completare gli studi, imparare un mestiere, trovare un lavoro e, a un certo punto, una casa. Intorno a lui possono esserci una comunità, una scuola, un centro di formazione professionale, un’associazione, un’impresa.
La questione decisiva non è quante realtà siano presenti, ma se riescono a costruire insieme il suo percorso.
«Per quel ragazzo, la qualità della nostra rete si misura nella continuità dell’accompagnamento che riceve», sottolinea don Francesco Preite. È nei passaggi da un servizio all’altro, nelle difficoltà e soprattutto quando termina un progetto che la collaborazione tra le organizzazioni può rendere possibile il passo successivo.
È qui che la progettazione europea assume un significato preciso, non intercettare semplicemente risorse, ma costruire connessioni capaci di evitare che i percorsi si interrompano.
Salesiani per il sociale può farlo a partire da una rete che raggiunge ogni anno oltre 200mila beneficiari attraverso più di 600 associazioni, cooperative e realtà locali. La mappatura nazionale conta inoltre 113 servizi rivolti ai giovani vulnerabili, tra cui 30 case famiglia e 46 centri diurni.

Dal territorio all’Europa, e ritorno
Il modello mette in relazione livelli diversi.
Le realtà locali incontrano quotidianamente i giovani. Le articolazioni territoriali leggono i bisogni e favoriscono collaborazioni. Il livello nazionale mette a disposizione orientamenti, strumenti, competenze e rappresentanza. La dimensione europea allarga ulteriormente questo sistema: permette di conoscere metodi sperimentati in altri Paesi, condividere pratiche e costruire nuovi partenariati.
È una logica di sussidiarietà concreta, un’intuizione nata in una piccola realtà può diventare patrimonio della rete, mentre una competenza sviluppata altrove può arrivare fino a un singolo servizio.
E soprattutto significa progettare intorno alla persona. Scuola, formazione professionale, servizi sociali e mondo del lavoro devono condividere obiettivi, referenti, responsabilità e momenti di verifica. Il giovane stesso deve poter partecipare alle decisioni che riguardano il proprio percorso.
La cooperazione europea aggiunge metodi, competenze e opportunità di mobilità, ma con una condizione precisa, devono essere accessibili anche a chi ha meno risorse e necessita di maggiore accompagnamento, prima, durante e dopo l’esperienza.

Dalla strategia ai progetti: SEEDS, Rise2Citizen ed ELEVATE
Al Gathering questa visione è diventata concreta attraverso le esperienze presentate dalle project manager della progettazione europea di Salesiani per il sociale, Francesca Iachini e Sara Shokry.
Sara Shokry ha presentato SEEDS, finanziato da VILLUM FONDEN, che in Puglia e Sicilia coinvolge giovani NEET in percorsi di formazione nei settori della ristorazione sostenibile e dell’agricoltura sostenibile, mettendo in relazione partner accademici, associazioni del territorio e mondo del lavoro per accompagnarli verso l’occupazione.
Accanto a SEEDS, Rise2Citizen, progetto pilota finanziato da Erasmus+, rivolto agli operatori sociali e a 100 minori stranieri non accompagnati. Il percorso nasce dall’ascolto e dal confronto maturati nel Tavolo nazionale accoglienza di Salesiani per il sociale e prevede la costruzione di un Osservatorio e l’applicazione, insieme al CEPSS, di un approccio SROI – Social Return on Investment, per rafforzare la capacità di leggere e valutare gli effetti dei percorsi di accoglienza.
Francesca Iachini ha invece guidato il workshop “Social works and inclusion: a new challenge and new TVET necessities”, a partire da ELEVATE, finanziato dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione – AMIF della Commissione europea e coordinato da Salesiani per il sociale.
ELEVATE mette in relazione protezione internazionale, formazione professionale e lavoro: prevede canali di ingresso sicuri e legali per persone bisognose di protezione internazionale, collegati a percorsi TVET e di apprendistato in Italia e Germania, mentre Spagna e Polonia lavoreranno sulla mappatura dei centri di formazione e dei settori professionali per favorire la futura replicabilità del modello.
Durante l’ultima giornata, Micaela Valentino, coordinatrice dell’Area Progettazione e Volontariato, ha messo in luce il percorso pluriennale di riflessione e collaborazione nel mondo salesiano sui temi delle migrazioni e dell’inclusione. Questi temi rappresentano ambiti privilegiati per valorizzare le potenzialità della collaborazione tra formazione professionale (VET) e opere sociali, mettendo a sistema competenze educative, sociali e formative. In questo percorso, la dimensione europea assume un ruolo strategico come spazio di sperimentazione di nuove metodologie, scambio di buone pratiche e costruzione di partenariati. L’obiettivo è sviluppare percorsi integrati, sostenibili e replicabili, capaci di accompagnare i giovani più vulnerabili verso l’autonomia e l’inclusione sociale e lavorativa.
Tre esperienze diverse che raccontano una stessa capacità progettuale: trasformare bisogni reali in modelli di intervento, alleanze, strumenti di valutazione e opportunità concrete per i giovani.

La vera eredità di un progetto
È qui che l’intervento di don Francesco Preite definisce il criterio più netto con cui leggere la progettazione europea:
«Un progetto lascia un’eredità preziosa quando rimangono educatori più preparati, organizzazioni capaci di collaborare e giovani con maggiori possibilità di scegliere».
La progettazione, quindi, non coincide con la durata di un finanziamento. Il risultato più importante è la capacità che resta nella rete.
Ed è anche il senso del Documento Programmatico 2026–2029 di Salesiani per il sociale, “Organizzare la Speranza”, trasformare la passione educativa in scelte, competenze, responsabilità e risorse; investire nella formazione degli educatori, nella tutela dei minori, nella collaborazione tra territori, nella valutazione e nella sostenibilità delle opere.
Nel suo intervento, don Francesco Preite ha richiamato anche la storica scelta compiuta da don Bosco del 1852, quando si fece garante del contratto di apprendistato del giovane Giuseppe Odasso, assicurandosi che formazione, condizioni di lavoro e trattamento del ragazzo fossero rispettosi della sua dignità. Un gesto antico che contiene una logica ancora attuale, trasformare la fiducia nei giovani in condizioni concrete, diritti tutelati e opportunità reali.
Oggi quella stessa responsabilità passa attraverso comunità educative, reti nazionali e partnership europee.
Per Salesiani per il sociale, progettare in Europa significa proprio questo, mettere insieme competenze e relazioni per costruire possibilità che una singola organizzazione, da sola, difficilmente riuscirebbe a generare.
Organizzare la speranza, dunque, non come slogan. Ma come metodo di lavoro.



