Linda, Fiorenzo e “Il Timone”, la Casa dove i ragazzi ricominciano

Alla Casa famiglia salesiana Il Timone di Corigliano-Rossano, l'accoglienza diventa una nuova possibilità di vita per adolescenti che hanno conosciuto l'abbandono, la violenza e la solitudine.
Ci sono porte che cambiano una vita
Ci sono ragazzi che arrivano con uno zaino sulle spalle e un passato troppo pesante per la loro età.
Hanno conosciuto l'abbandono, la violenza, la strada, la povertà. Alcuni hanno perso la famiglia, altri non hanno mai avuto un adulto capace di proteggerli davvero. Arrivano diffidenti, impauriti, convinti che nessuno possa più mantenere una promessa.
Alla Casa famiglia salesiana Il Timone, a Corigliano-Rossano, trovano una porta aperta.

Dietro quella porta ci sono Linda e Fiorenzo, una coppia di educatori che da quasi vent'anni ha scelto di fare dell'accoglienza uno stile di vita.
Il Timone è una delle 30 Case famiglia della rete nazionale di Salesiani per il sociale. Oggi accoglie 12 ragazzi tra i 13 e i 21 anni, inviati dai servizi sociali. Alcuni sono italiani, altri arrivano da percorsi migratori complessi. C'è chi ha vissuto per strada, chi è stato allontanato dalla famiglia, chi porta addosso ferite profonde causate dall'abbandono o dalla violenza. Inserita all'interno dell'Opera Salesiana di Corigliano-Rossano, la Casa famiglia condivide ogni giorno gli spazi dell'oratorio, dei campi sportivi e della palestra, trasformando l'accoglienza in un'esperienza di crescita, relazione e comunità.
Lo scorso anno, celebrando il ventesimo anniversario della Casa famiglia, il presidente nazionale di Salesiani per il sociale, don Francesco Preite, ha descritto così questa esperienza:
«Oggi celebriamo vent'anni di una storia che ha il sapore della vita vera: una storia fatta di accoglienza, di cura, di coraggio e di promesse mantenute. Una storia che parla di diritti e insieme di Vangelo, perché qui i due camminano davvero mano nella mano».

"Per noi non è un lavoro, è uno stile di vita"
Linda e Fiorenzo condividono questa missione dentro e fuori la Casa famiglia. Hanno due figli, di 8 e 11 anni, e hanno scelto di far crescere la loro famiglia accanto a quella, più grande, composta dai ragazzi accolti al Timone. Insieme a loro lavorano educatrici ed educatori, un'assistente sociale, una psicologa, una cuoca e i volontari del Servizio Civile, perché nessun ragazzo affronti da solo il proprio percorso di crescita.
Fiorenzo, educatore e responsabile della struttura, racconta così il senso del loro impegno:
«Sono un educatore di questa Casa famiglia che si chiama Il Timone e ne sono anche l'amministratore. Innanzitutto partiamo dal presupposto che per noi non è un lavoro, ma uno stile di vita. Il ruolo della struttura è molto importante, specialmente nel nostro territorio. Offre sicurezza e tranquillità ai ragazzi che sono ospitati qui. C'è molto bisogno di realtà come questa, capaci di dare un aiuto concreto ai ragazzi».

Per Linda, ogni giovane accolto lascia qualcosa che resta.
«Ogni ragazzo che è entrato in questa struttura ha lasciato un segno con la propria storia di vita e con il proprio cambiamento. Sostenere una casa famiglia significa dare ai giovani la possibilità di raggiungere i propri sogni».
Quelle parole prendono forma ogni giorno nei volti dei ragazzi.
Le storie che danno senso all'accoglienza
Angelo aveva appena sette anni quando è arrivato al Timone. Oggi è diventato un giovane adulto e guarda al futuro con una serenità che, da bambino, sembrava impossibile.
«Sono Angelo, ho 17 anni e sono un ragazzo abbastanza maturo, felice e che ha voglia di divertirsi ogni giorno. Da quando sono arrivato qui in Casa famiglia è cambiato tutto. Da piccolo non andavo a scuola, non avevo una casa né affetto. Adesso è cambiato tutto perché ho una casa, vado a scuola e ho anche degli amici che mi vogliono bene. La gioia di vivere in questa casa mi dà speranza. Sono dieci anni che vivo qui e ogni giorno mi sento ancora più sicuro».

Antonio, invece, ha imparato che la forza non significa affrontare tutto da soli.
«Mi chiamo Antonio, ho 17 anni e per il futuro sogno di fare il calciatore oppure di seguire la mia passione per la musica. A chi mi ascolta voglio dire una cosa: non bisogna tenersi tutto dentro, ma farsi aiutare, perché è la cosa più importante. Qualunque problema si abbia, non bisogna affrontarlo da soli».

Jesse ricorda ancora perfettamente il primo giorno.
«Mi chiamo Jesse, ho 15 anni. Faccio sport e amo lo sport. Sono arrivato qui l'8 febbraio 2021, una data che non dimenticherò mai. La prima persona che ho visto è stato proprio il mio educatore Fiorenzo. Ero spaventato, ma non avevo aspettative negative, perché sentivo che qui c'erano le condizioni giuste per stare bene».

Tre storie diverse, unite dallo stesso bisogno di essere accolti.
Non è un caso. Il dossier Fragili di Salesiani per il sociale, realizzato in collaborazione con AstraRicerche su un campione di quasi 1.100 giovani tra i 14 e i 20 anni, racconta una Generazione Z che cerca adulti credibili e relazioni stabili. Solo un giovane su due considera gli adulti un aiuto concreto nelle scelte per il proprio futuro, mentre molti dichiarano di vivere condizioni di forte pressione e fragilità emotiva. È proprio questo il vuoto che esperienze educative come il Timone scelgono di abitare ogni giorno, offrendo presenza, ascolto e continuità.
Una missione che coinvolge tutta la vita
Nel maggio 2026 Linda ha raccontato al settimanale Io Donna cosa significa vivere questa esperienza.
«Sono entrata nella casa famiglia Il Timone nel 2007, con il Servizio civile, e sono rimasta come educatrice. Oggi io sono la coordinatrice, mentre mio marito è educatore e amministratore. Con noi lavorano altri educatori, l’assistente sociale, la cuoca, la psicologa e ci aiutano i volontari del Servizio civile. Accogliamo ragazzi dai 13 ai 21 anni, inviati dai servizi sociali. A 18 anni molti non sono ancora pronti per andarsene. Se il Tribunale decide il “prosieguo amministrativo”, che permette appunto di proseguire con l’intervento educativo fino ai 21 anni, è più facile aiutarli a prendere un diploma e a inserirsi nel mondo del lavoro.
Il Timone è in città, nella struttura dei Salesiani; abbiamo campi sportivi, la palestra e un oratorio, siamo fortunati. Attualmente ospitiamo 12 ragazzi; hanno alle spalle storie di disagio economico, povertà educativa, qualcuno viveva per strada, 3 sono stranieri.

Nella maggior parte dei casi la potestà genitoriale viene sospesa e affidata a un tutore; in altri, i genitori la perdono definitivamente. Arrivano impauriti, pieni di ferite e dubbi. Noi cerchiamo di raggiungerli e il loro cuore e di farli sentire amati, oltre che accolti.
Il cambiamento arriva quando si capisce che la casa famiglia può dare ciò che i genitori non potevano offrire, anche se noi cerchiamo sempre di tenere aperto il dialogo con la famiglia d’origine, se possibile.
Per me e mio marito non è un semplice lavoro, altrimenti ne saremmo sopraffatti. È una missione, e questo ci permette di affrontare anche i momenti difficili e di rendere più efficace la nostra azione. Abbiamo due figli, una casa, ma in tanti momenti la nostra famiglia viene coinvolta in quest’altra famiglia più grande. Noi seguiamo la pedagogia di don Bosco che si fonda su tre pilastri: autorevolezza, religione, ragione. Siamo salesiani cooperatori, cioè laici che hanno abbracciato questa vita».
Quelle parole raccontano ciò che accade ogni giorno al Timone: una casa che non offre soltanto accoglienza, ma relazioni capaci di ricostruire fiducia e restituire futuro.
Apri anche tu la porta alla speranza
Dietro quella porta oggi ci sono dodici ragazzi che stanno costruendo il proprio futuro.
Sostenere una Casa famiglia significa dare a un ragazzo la possibilità di tornare a sognare, crescere in un ambiente sicuro e costruire passo dopo passo la propria autonomia.

