Il ricordo di don Tarcisio Faoro e della sua pedagogia della presenza

Ci è giunta notizia che il giorno 22 Settembre ad Alassio è mancato don Tarcisio Faoro, di anni 84, 63 di professione religiosa e 53 di sacerdozio. Ne sono addolorato, anche perché da un po’ di anni non avevo più avuto sue notizie.
I miei contatti con don Tarcisio, risalgono ai primi anni ’90. Presente agli incontri che si organizzava come salesiani con la Consulta del Settore disagio ed emarginazione, sfociata poi nell’associazione Salesiani per il Sociale. Non si era mai certi della sua adesione, anche perché non molto abituato alle comunicazioni social; si era quasi obbligati (per fortuna) a far uso del telefono. Arrivava magari in ritardo, trafelato e stanco, ma c’era, a volte sembrava che stesse inseguendo dei pensieri solo suoi, invece ti dovevi ricredere perché don Tarcisio interveniva puntuale – eccome! – su quanto si stava trattando.
Personaggio storico che a buon diritto appartiene alla mail-list, si direbbe oggi, dei salesiani che da sempre si sono interessati, ma ancora più hanno vissuto h24 con i giovani poveri e abbandonati. La sua storia viene da lontano, dalla “Casa Giovanni Bosco”, sorta per opera di Don Tarcisio a Firenze in occasione di don Bosco ’88. Poi diventa, sempre a fine 1988, “Casa Mamma Margherita” trasferendosi a Badia a Settino (FI), in casa del Pievano con l’intervento del Card. S. Piovanelli. E poi diventa Associazione senza scopo di lucro (Onlus) il 27 Maggio 1990.
Andando poi volutamente a fargli visita e ascoltando i suoi ricordi e la prospettiva degli impegni che lo attendevano, ho due elementi forti da consegnare come suo ricordo.

L’opera dei Salesiani di Firenze con don Tarcisio e la “Casa Mamma Margherita” era proprio nata come risposta alle tante richieste del territorio, del Tribunale dei Minori di Firenze, tramite le U.S.L. convenzionati con il Centro Giustizia Minorile, o indirizzati da privati, comunque ragazzi di strada senza alcun riferimento. Don Tarcisio, lo conosceva bene il territorio, lo praticava, era uno dei nodi forti della rete sociale di allora.

E comunque essere stato suo ospite mi ha convinto sempre più di come don Tarcisio ci fosse nel quotidiano dei ragazzi, per esaudire i loro bisogni primari, una casa, un letto, il cibo, un progetto pensato e costruito con loro.
I ragazzi erano la sua narrazione vivente, concreta. Possiamo dirlo con certezza, la sua era una vera pedagogia della presenza. Don Tarcisio riposa in pace.

don Domenico Ricca, già presidente di Salesiani per il Sociale e cappellano del carcere “Ferrante Aporti” di Torino.

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Ad una cosa teneva Tarcisio in particolar modo, ripeteva spesso e convintamente di sentirsi profondamente e felicemente prete e che in vita sua non si sarebbe visto in niente altro che non come salesiano orgogliosamente figlio di quel don Bosco che ha sempre cercato di imitare.

Ciao tarci e grazie.

Corrado Caiano, collaboratore di don Tarcisio e consigliere nazionale di Salesiani per il Sociale APS

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